Racconti di viaggio 2 Estate 2020 Da Methoni al Medicane

 



E’ già il primo giorno di settembre, ma il viaggio continua verso mete più calde e per noi ancora inesplorate, lasciandoci alle spalle Methoni e le acque tropicali di Gerolimenas, nella Penisola del Mani, lungo il Peloponneso….una penisola che appare all’occhio che scruta arida e brulla, ma che contiene incastonati, dentro di sé, angoli di paradiso dimenticato o poco conosciuto, in cui è piacevole rifugiarsi e riposare senza tempo, cullati nelle placide acque dei suoi anfratti misteriosi. Mescolare le carte, mentre la Luna risale il suo cammino, è d’obbligo ed è proprio l’Arcano maggiore della Luna che ci invita a proseguire, pensando al viaggio che prende forma nella sua creatività e nella volontà di abbandono ad esso, all’insegna della scoperta di ogni mistero e del lassez faire al fato e alla Natura….del resto cosa importa ora? Ed è la stessa Natura ad imporci una sosta nella caraibica Elafonisos, dove un tuffo e quasi un obbligo, mentre il vento si alza, complice, ma leggero e ci accompagna  placido verso la nuova rotta. 

E di buon ora, arriviamo a Kythira, una delle isole più naturali ed autentiche, incastonata tra Ionio e Egeo, alla fine del Peloponneso, luogo in cui si narra la nascita di Afrodite, dea della bellezza, dove è facile incontrare viaggiatori stanchi di girovagare altrove. Kythira appare così, quasi all’improvviso e ci accoglie nel suo largo abbraccio, in acque cristalline, tiepide e calme, dove è facile dare fondo in 7 metri di fondale, ottimo tenitore. Il porticciolo vicino ha tanti spazi liberi, ma preferiamo lasciare Maui alla fonda e inoltrarci alla scoperta di quest’isola così magica e austera che racchiude in sé storia e mitologia, a bordo di uno scooter affittato per pochi euro, per poter visitare un entroterra mai noioso, in cui si alternano quaranta pittoreschi villaggi, alcuni antichissimi, quasi tutti caratterizzati da strade decorate, case bianche e porte blu, come la Chora e Kapsali. Tanti sono i luoghi dove è facile perdersi tra le vie del maestoso Castello veneziano, chiese e piccole grotte adibite a cappelle ortodosse, baie azzurrissime come quelle di Kaladi e Paleopoli, il borgo dimenticato e spazzato dal vento di Avlemonas, smarrirsi tra le rovine e le abitazioni abbandonate per emigrare altrove, per poi raggiungere il canyon che costeggia le strette gole di Kaki Langada. Lungo questo percorso si intraprendono a piedi sentieri circondati da una fitta vegetazione, fino a scendere in un anfratto, dove si estendono un piccolo laghetto e una grotta, complice il silenzio sovrano, intorno solo la brezza del vento che riecheggia all’unisono con il canto di piccoli rari uccelli. Quest’isola sembra davvero incantata, lasciata a sopravvivere nella sua naturale condizione, tra spazi incontaminati, a tratti brulli ed impervi, molto di essi luoghi abbandonati dai suoi figli, per inseguire miti lontani, e ancora spiagge solitarie, estese lungo il perimetro e che si alternano tra le enormi scogliere da paesaggi mozzafiato. Kythira è questo, un gioiello perduto tra le immense distanze profondamente blu, difficilmente raggiungibile, se non da altri luoghi lontani in barca o con un improbabile traghetto da Neapolis, fortunatamente meta preferita solo da nostalgici greci e dagli abitanti dell’Isola. Come non ritenersi ancora privilegiati, in un’epoca come questa, nel poter avere ancora accesso ad una bellezza così naturale e incontaminata, lontana dai pensieri speculativi di un turismo commerciale, poterla conoscere nel suo intimo e immergersi in essa, cogliendone storia e cultura, nel silenzioso rispetto di ogni suo delicato elemento? Avvolti da questo mistico fascino, incontriamo altri pochi viaggiatori, come un greco vissuto in Italia per anni, da poco in pensione e fuggito anch’egli, con compagna al seguito, a bordo di una piccola barca a vela, per riposare stanchezze e coronare il suo sogno di perdersi tra le isole del Mar Mediterraneo. Incontriamo anche una coppia di italiani, da alcuni mesi scappati dalla pandemia e dallo stress romano, per trovare asilo in questa meravigliosa oasi di pace e di naturale condizione terrena, mentre ci raccontano del delirio comune di questi ultimi mesi ed anni, e del loro desiderio divenuto realtà grazie ad una scelta drastica, ma mai sofferta.







E tra i racconti di storie ed avventure e un bicchiere di ouzo sotto le stelle, salutiamo gli amici viandanti come noi e seguiamo la voce del vento che richiama attenzione ed interesse, per andare ancora lontano e così riprendiamo il mare e riabbracciamo Milos, che ci protegge per qualche giorno dalle urla imbizzarrite di un tardivo Meltemi. Rivedere Milos è sempre emozionante, lasciare la barca in tranquillità nella larghissima baia ante-stante il porto e poter passeggiare tra le sue viuzze colorate, ritrovarsi nel tipico ristorantino preferito per sorseggiare una mithos e gustare i famosi mezzè, rivedere Saraliniko, Achiva e Dolimni con la sue rocce vulcaniche candide come zucchero filato e neve, in cui il mare azzurrissimo si incastona in un anfratto di acqua purissima e calma e dove ci concediamo una nuotata sublime.

Partiamo di buon’ora aggrappandoci ad un refolo alleggerito e, mentre attraversiamo l’uscita da Milos, il vento rinforza, apriamo vela ed entriamo in simbiosi con gli elementi naturali che ci accompagnano, intorno a paesaggi mozzafiato, rocce incandescenti e l’onda rimasta inalterata ci aiuta ad uscire verso il mare più distante e sconfinato. E’un bel navigare, a bordo riusciamo a fare tante cose, come perderci nei colori, ascoltare musica, leggere un buon libro e anche cucinare. L’acqua potabile non ci manca mai grazie a Diso, l’amico dissalatore, il nuovo ospite collaboratore di Maui che, instancabile, ci regala acqua fresca, desalinizzata e piacevole al sorso, per placare la sete e fare una doccia, mentre l’onda ci aiuta a surfare. Fa caldo, ma tendalino e ombreggiante ci riparano dal sole settembrino, che qui in Egeo è ancora estivo e caldo. Sono solo le 16 del pomeriggio e arriviamo rapidi a Falegandros, il vento non ci ha abbandonato mai e ha permesso una veleggiata piacevole e rilassante. La baia si apre ai nostri occhi, come spesso succede qui tra le isole greche, da un piccolo punto all’orizzonte diviene sempre più un’oasi raggiungibile, con colori cangianti e rocce mutanti che si stagliano in una larghissima baia dalle acque blu cobalto. Molliamo ancòra in un saldo fondale, ci guardiamo intorno e un tuffo è ottima scusa per andare a controllare la sua tenuta, mentre poche barche intorno, già ormeggiate, ci salutano con un largo sorriso, un paio all’orizzonte ci raggiungeranno presto. Falegandros è un ottimo posto per fermarsi e riposare, come pausa dovuta lungo i tragitti lunghi, anch’esso difficilmente raggiungibile se non dai viaggiatori più curiosi, e già si intravedono, vicino la baia, pochi ristorantini tipici greci, alcuni già o ancora chiusi, per via della pandemia. La luna è ancora piena ed illumina l’acqua, sembra volersi specchiare dentro e il cielo ci appare ancora più fitto di stelle, i nostri vicini di barca già dormono, e tutto si immerge in un silenzio assoluto. Siamo già al 6 di settembre e sembra ancora estate piena, il sole la mattina sorge quasi un po’ più lento, ma mentre salpiamo riscalda le canoe e i pannelli solari che in collaborazione con Diso, ci regalano acqua calda per ogni doccia. Oltrepassiamo la punta dell’isola e Il vento portante da Nord ci regala una veleggiata intensa e allo stesso tempo tranquilla, mentre abbiamo tante cose da fare; il bello di navigare su un catamarano è proprio quello di riuscire a svolgere tantissime mansioni e non annoiarsi mai: c’è il tonno da bollire per completare le conserve per l’inverno, lavorare al computer per il progetto Buon Vento, leggere le carte, sia nautiche e non, distendersi con un bel libro e sorseggiare una birra o una tisana a seconda del momento. E poi cucinare, inventandosi ricette grazie al pesce della giornata regalato da Nettuno, scambiare informazioni via radio con qualche navigatore solitario, perdersi tra i colori di questa inedita tranquillità, tanto attesa in un inverno così opaco. Navighiamo per molte ore, ma il tempo vola, e tra una vela issata e poi lascata fino a riposare di nuovo al suono del motore, come in una danza senza fine con gennaker, Code Zero e Genoa, procediamo ad una velocità ritmata solo dalla voglia del vento, da 4 nodi a 12 e poi di nuovo a 6, senza stancarci mai. Intanto, all’orizzonte Astipalea diviene sempre più vicina e raggiungibile, anche se è tarda sera quando entriamo silenziosi nella prima baia dell’isola, luogo sicuro per ancoraggi e per rifugiarsi alla fonda, in attesa del nuovo giorno. Ed è proprio al risveglio che ci sorprende una baia frastagliata, dai colori indescrivibili, sormontata da una roccia altissima arancione e marrone, una spiaggia tranquilla, con ombrelloni di paglia,  con pochi bagnanti, il mare celeste chiaro fino a divenire viola, con fondali indescrivibili, ricchi di pesce e vegetazione marina. La visita al piccolo centro che dista poco più di due chilometri a piedi dal nostro punto di ancoraggio è la scoperta di un luogo ineguagliabile, con i suoi alti mulini, lasciati fedeli ai colori e alla struttura dell’epoca, fino al borgo medievale che, in un dedalo di viuzze color pastello, conduce fino in alto al Castello che ripara i suoi visitatori dal vento, da quassù persistente e incalzante; al suo interno, una cappella ortodossa rimasta intatta, alcune stanze e in una vista dall’alto senza né tempo, né confini, scorgiamo anche Maui che sonnecchia leggiadra e sorniona, con intorno solo due altre barche a vela. Insieme a due francesi, conosciuti durante la visita, ci rifuggiamo sotto un albero di mandorle che generoso ci regala i suoi nutrienti frutti e ci raccontiamo di viaggi e vissuti. 










Rientriamo alla base, con il desiderio di restare almeno un altro giorno in questa splendida isola delle Cicladi, la più occidentale del Dodecanneso, con la sua strana forma di farfalla, due spicchi di terra lunghi 18 km ricongiunti da un sottile istmo, fino a salire i suoi 500 m sulla parte montuosa denominata Sant’Elia; ci perdiamo ancora tra i suoi sentieri e ci rilassiamo nei tradizionali baretti sulla spiaggia, per ritrovare energia e perderci nei pensieri e nei progetti di nuova navigazione. Santorini ci attende, ma prima di arrivarci, pensiamo di fermarci ad Anafi, altro luogo meraviglioso e irraggiungibile e perché passare senza fare una piccola sosta in questa incantevole isola che si affaccia sull’ Egeo, proprio a est della sua sorello più grande? Lungo la meta, la navigazione è divertente, il vento ci spinge e surfiamo tra le onde, in un ritmo equilibrato, ma rapido, fino ad raggiungere la amplia baia, dove lasciamo il catamarano, per arrampicarci lungo le sue rocce, visitare le tradizionali case agricole di un tempo, intatte chiesette a picco sul mare, un porticciolo spettinato e colorato di barche e piccole taverne, sentieri che si inerpicano per raggiungere la Chora, caratteristica ma mai uguale alle numerose isole Cicladi che si cullano nel Mar Egeo. Anafi è un’isola ancora figlia dei fiori, meta prediletta da viaggiatori nomadi ed essenziali, poco avvezzi al turismo contemporaneo e alla superficialità, e per questo la onoriamo ancora di più. Per cenare con i piatti tipici dell’isola c’è l’imbarazzo della scelta, incontriamo poche persone, per lo più greci in vacanza, qualche anziano pescatore con il volto solcato dalle memorie di un tempo, campeggiatori in spiaggia, lungo il percorso, al tramonto, scorgiamo Santorini di fronte, vicinissima e imponente con le sue luci e l’atmosfera goliardica. Come attratti da una visione, la raggiungiamo il giorno dopo, grazie al vento portante che mai come in questo viaggio ci è amico e compagno fedele, sappiamo di doverlo apprezzare e ringraziamo la sua benevolenza, chissà quanto durerà….ma non ci preoccupiamo più di tanto del dopo, Santorini è la nostra meta, e ci immergiamo nello studio delle carte e del portolano per individuare la baia migliore per stare alla fonda. Già vicini alla sua costa, incrociamo una miriade di catamarani con a bordo turisti spensierati e un po’ beffardi, sembrano quasi in fila come piccoli battelli militari, e la musica bombarda l’atmosfera man mano che li incontriamo; ci ricordiamo di come fosse uguale in agosto a Leuca, dove a lungo ci siamo inorriditi nell’ osservare barche e motoscafi sfreccianti lungo la costa salentina con a bordo frotte di turisti impazziti e saltellanti a suon di tecno o caribe nauseante. Speriamo che sia un elemento isolato o riservato solo a queste compagnie di catamarani che sull’Isola di Santorini “regalano” a suon di euro un illusorio percorso giornaliero, e ci avviciniamo al punto in cui faremo tappa per poter visitare un’isola che resta magica e meravigliosa, pur colma di turisti anche in piena pandemia, ma tutti quelli che abbiamo incontrato lungo le vie delle tante città visitate hanno mostrato sempre profondo rispetto e amore verso cultura, ambiente e storia che caratterizzano ogni passo in questo luogo sospeso nel profondo Egeo.


Santorini è un gioiello della Natura, una delle isole Cicladi per eccellenza, esito della terribile eruzione vulcanica che nel XVI secolo modellò per sempre la sua configurazione e il paesaggio, immergendone, nel mare, una parte dell’antico territorio; la sua curiosa conformazione è caratterizzata dalla caldera al centro, dai colori spettacolari al tramonto e per il resto della giornata, meta di centinaia di turisti che nelle estati normali hanno immortalato ogni angolo di questa meravigliosa visione. Ci ancoriamo in una larga baia che costeggia Akrotiri, ottima base per visitare l’isola, ben protetta dai venti e dalle correnti, e per prenotare scooter o auto attraverso le numerose agenzie convenientissime, che chiamiamo constatando i prezzi molto simili tra loro per il noleggio. Il proprietario di una di queste è addirittura venuto a prenderci per accompagnarci a Megalohori dove ci aspettava un’ottima varietà di scooter, mezzo ideale per le escursioni sull’isola, dimostrandosi gentilissimo e affidabile. Dopo tanto navigare, il contatto con una terra da esplorare di così grandi dimensioni e dai luoghi meravigliosi da visitare ci fa provare un’intensa euforia, e dopo una cena nel ristorantino tipico greco con i piedi nell’acqua, una notte magica nelle acque placide e tranquille, la mattina dopo ci avventuriamo a bordo del motorino verso i tanti luoghi e le innumerevoli cose da vedere e visitare. Una cascata di abitazioni candide, bianchissime, con i tetti, le finestre, le porte azzurre fanno da sfondo ad ogni paesaggio che incontriamo nelle sue cittadine principali, come Fira la capitale, la sofisticata Oia, dove visitiamo il prezioso museo navale, i panorami della caldara, Firostefani e Imerovigli; il museo, in particolare, ci fa immergere in storie antichissime di navigazione, ricchissimo di articoli della vita quotidiana marinaresca e di oggetti utili per le imbarcazioni dell’epoca, ma anche documenti, carte nautiche, foto, libri, strumenti, tutto quello che poteva essere utile per viaggi commerciali, di scoperta, guerra, esplorazione. E’ letteralmente un viaggio dentro il viaggio. Santorini affascina, coinvolge, sorprende,
 e dietro ogni angolo e ad ogni curva si rivelano scorci di colore e panorami mozzafiato che restano in memoria per sempre, capaci di donare emozioni senza tempo e sensazioni indescrivibili. Il clima a settembre è poi ideale e ci consente anche di poterci tuffare nelle sue magiche acque che circondando l’isola hanno colori cangianti, così come in ogni istante cambia la sua configurazione, man mano che la esploriamo. Moltissimi sono i volti che incontriamo, delle più differenti nazionalità, tutti inesorabilmente protetti dalle mascherine, come a ricordarci del periodo assurdo che tutto il mondo, a livello globale sta vivendo, ma non è un turismo di massa, irrispettoso o fagocitario, bensì reverente del momento e del luogo, con il sorriso nell’espressione estasiata da tanta bellezza e con gli occhi lucidi per la doppia emozione. Permettersi di viaggiare in questo momento storico, dopo l’incertezza e l’angoscia provate da tutti per un lungo periodo, è percepito ancor di più come un grande miracolo. Dopo due giorni trascorsi in questa incredibile isola, simbolo della caratteristica bellezza racchiusa in ogni angolo della Grecia, destinazione a lungo progettata, sognata e immaginata, realizziamo che dobbiamo a malincuore risalire e riprendiamo, un po’ tristi, la via del ritorno, consapevoli dei circa 500 miglia che ci attendono e del tempo breve rimasto,  in previsione di alcune tappe e di un meteo già ballerino.











Partiamo la mattina con vento al traverso, abbastanza sostenuto, intorno solo qualche nave, di cui alcune da guerra, inquietanti e cupe, le ennesime in perlustrazione in quest’area, a causa dei recentissimi, ennesimi dissapori geo-politici tra Grecia e Turchia. Lungo il tragitto, circa 120 miglia fino a Elafonisos, il vento ha alternato la sua forza, oscillando tra i 20 e i 30 nodi, costringendoci a variare spesso la superficie velica, per ottenere una velocità più costante che ci ha permesso di raggiungere la caraibica baia al tramonto. I giorni a venire si sono susseguiti tra piacevoli veleggiate con un vento sostenuto, ma sempre a favore ed abbiamo ripiegato felicemente in qualche sosta tecnica, tra cui Porto Gaio e Methoni, per piccole spese alimentari, nuotate e relax che hanno fatto da sfondo alle giornate in navigazione.

Continuiamo a seguire il meteo con maggiore attenzione, visto l’avanzare di una bassa pressione molto accentuata che si sta formando velocemente nel Mediterraneo e che si sta spostando, altrettanto rapidamente, verso di noi. Da ora in poi l’uragano Medicane diviene protagonista del nostro viaggio, un personaggio unico, potente, violento e indifferente, colui che si conquista il potere decisionale di ogni navigante e lo costringe a cercare riparo, a trovare soluzioni immediate, a vivere l’emergenza come atto dovuto e deciso con mente lucida ed esperienza, amore per il mare e rispetto per ogni suo figlio ed elemento.

Vivere una tempesta, ed essere consapevoli della sua forza in mare, è comprendere i propri limiti ed accettarli, divenendo parte dell’evento stesso, entrando in quella realtà e viverla in tutti i suoi particolari, con freddezza e coinvolgimento allo stesso tempo, adattandosi e trovando le soluzioni più giuste. Tra queste la migliore è stata quella di pianificare il percorso per raggiungere quanto prima Lefkada, e il programma è stato sempre deciso, durante la navigazione, in maniera flessibile e adattabile alla circostanza, mai con presunzione o ignava saccenza. E’ questo il vero spirito di chi sa che avere a che fare con la Natura e con il Mare è prima di tutto sicurezza e rispetto. Certamente non ci aspettavamo di vivere l’esperienza dell’uragano qui nelle acque greche, ma questa è una delle testimonianze di come il clima stia modificandosi celermente e, chi intraprende navigazioni deve ormai fare i conti con questa realtà di fatto. E’ sera tardi quando costeggiamo Itaca, mentre controlliamo frequentemente il meteo e decidiamo di proseguire verso Nidri, declinando l’idea e il desiderio di rifugiarci nell’isola di Ulisse, perché è previsto proprio in questa zona l’occhio della bassa pressione. Raggiungiamo Nidri e siamo costernati dal vedere il numero di barche che si sono rifugiate nella grande baia ante-stante, senza la possibilità di trovare alcuno spazio ragionevole per gettare l’ancora, e quindi procediamo verso Vliko, uno dei ridossi maggiormente protetto con un ottimo fondale, ma anche qui scopriamo almeno una sessantina di barche ancorate in attesa del peggio. Troviamo uno spazio anche per noi, filiamo l’ancora e tutta la catena che abbiamo a disposizione, e ci apprestiamo a mettere la barca in ordine ed efficienza, mentre la notte incalza e con lei anche il vento che diviene via via più furioso, anche in uno spazio così ben ridossato. Timori e attese, inquietudini e curiosità si sovrappongono, mentre si riflette su come affrontare la situazione, immaginando ciò che sta per giungere, anche se  in fondo lo si sta già vivendo in prima linea. Ci sentiamo comunque al sicuro, abbiamo fatto una lunga ed estenuante navigazione di 150 miglia per provare a ridossarci in un porto sicuro e le previsioni confermano la giusta scelta fatta, poiché il peggio è proprio nella zona tra Cefalonia ed Itaca, che abbiamo saggiamente evitato e oltrepassato velocemente. Il riposo si alterna al controllo della situazione, mentre arrivano altre barche in cerca di rifugio, che disperatamente cercano di filare l’ancora e che spesso non tiene, per questo sono costretti a rifare l’ormeggio varie volte, sotto lo sguardo preoccupatissimo dei vicini, infreddoliti in pozzetto, intorno il mare ingrossato, pioggia battente e ululato incessante del vento sui 35-40 Kn; è buio pesto anche se è già alba. 





In questa atmosfera surreale, in cui decidiamo di rifare l’ormeggio per una posizione meno ridossata alla terra, incrociamo un altro catamarano, Tiramisù di Paolo e filiamo l’ancora nelle sue vicinanze, rispettando tutte le distanze di sicurezza con le altre barche, operazione non facile, visto il numero di imbarcazioni in continuo arrivo, sempre più vicine l’una all’altra, troppo; nel frattempo a molte di queste l’ancora non tiene e iniziano ad arare, muovendosi impazzite nella baia sotto gli occhi sconcertati degli equipaggi, oltre il vento furioso che arriva rafficoso fino a 60 kn, si odono urla disperate e si comincia a vedere il peggio. Intanto, in radio commenti e consigli, si ascoltano impressioni e si fa il punto della situazione facendo amicizia con altri comandanti, in particolare Pino e Francesco, oltre Paolo, con i quali lo scambio è continuo e, in questo momento così drammatico, è soprattutto condivisione e conforto, oltre che presa visone della situazione in tutti gli angoli del ridosso in cui siamo. Sono ore interminabili e avvincenti, in cui succede di tutto, acqua incessante ovunque, il vento che piega paurosamente gli alberi e strappa le vele, mentre alcune imbarcazioni continuano la loro corsa impazzita, a volte senza nessuno a bordo, barche lasciate nella baia da armatori già partiti e che, senza alcun governo, si trascinano rapide e a lungo nella baia, con il continuo pericolo di sbattere contro le altre, per arenarsi fortunatamente poi sulla costa. Sembra un labirinto senza scampo, minuti inesorabili, lenti come la sabbia che scivola lungo la clessidra, e allo stesso tempo tutto avviene velocemente, il barometro scende, mentre apprendiamo via radio il disastro avvenuto sull’isola di Cefalonia a Santa Eufemia, dove una ventina di barche sono state distrutte dalla furia del vento e molte di queste sono affondate; anche a Lefkada porto ci sono stati ingenti danni, e la preoccupazione cresce, così come mare, vento e pioggia intorno. In tutto questo caos, abbiamo però una bellissima visione, nello scrutare l’orizzonte: rivediamo il catamarano di James Wharram, ormeggiato ad una banchina traballante, con affianco diverse barche affondate e già distrutte, ma è una gioia in questo momento, scrutare con il binocolo la sua antica, mai tramontata bellezza. 







Con questa apparizione, che racconta nella sua essenza le tante storie di viaggi e navigazioni, cerchiamo di tirarci su, cucinando qualcosa e concedendo qualche minuto di riposo ai nervi, le informazioni corrono di tanto in tanto via radio ed è come conoscersi da sempre, quelle voci diventano via via familiari, fraterne, amiche, non vediamo l’ora di conoscerci e ci promettiamo di farlo presto con un bel bicchiere di vino, per festeggiare la fine di queste ore interminabili. La natura manifesta la sua spaventosa potenza in una miriade di modalità, alcune di queste ingestibili, anche dai marinai più esperti, e lo fa attraverso uno spettacolo che visto da fuori affascina per la sua infinita bellezza, ma del quale pochi vorrebbero fare parte. Il suono intorno è rabbioso, ripetitivo, martellante, entra nella testa in maniera incessante, mentre l’acqua non permette di distinguere più nulla intorno e l’unica speranza si rifugia in quella benedetta ancora, affinchè sia forte e  fedele tenitrice; una miriade di emozioni si alternano, paura, avversione, curiosità, passione, ineluttabilità e la cosa più bella è comprenderne ogni significato poi, vissuto insieme ad altri come noi, per caso anche loro coinvolti in questo capriccio del tempo che è sempre sovrano e padrone del regno delle acque e del vento. E la calma, all’improvviso, dopo due giorni e tre notti di lotta, improvvisamente arriva. Il caos intorno lascia spazio ad un inaspettato riequilibrio di forze, che gradualmente si placano, hanno concluso il loro ciclo, e in poco tempo un timido raggio fa capolino, si cerca di asciugare vele, attrezzature, vestiti e di riprendere fiato, guardandosi tutti con occhi costernati, nella speranza che sia finito tutto. Felici di incontrarsi poi, per un aperitivo a bordo del catamarano di Paolo, con i volti segnati dalla stanchezza, dalla pioggia e dal freddo interminabili, con gli occhi ancora bagnati, ridenti e fieri, felici di poter raccontare quello che solo poche ore prima sembrava inenarrabile anche a sé stessi; un’esperienza comunque  unica, di quelle che si concludono bene, ma che non è sempre così e ognuno di noi, da buon navigatore e marinaio, dietro quel calice di vino, lo sa perfettamente….ma ora è passato, sono stati giorni duri e già pensiamo a riprendere il largo, ognuno verso la sua meta, con un ricordo e delle amicizie in più nel cuore e nell’animo inqueto, provato da tanta potenza, mai sconfitto e ancora pulsante, nell’incessante ricerca dell’ignoto. Un’ultima cena insieme non ce la toglie nessuno….e  allora brindiamo dai, al prossimo viaggio, al prossimo incontro, alla compagnia dell’Uragano!!!!

 


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